9 Sotto Melozzo, volta della Sagrestia di San Marco, Santa Casa di Loreto Troppo aderente alla vita e alla bellezza fi ammante Bei colori caldi accesi profondi M elozzo da Forlì (1438-1494) fu il più grande o almeno il più fedele prosecutore di Piero a Roma dove il maestro aveva lasciato il Vaticano alcuni affreschi delittuosamente distrutti per dar luogo alle composizioni di Raffaello (sia detto senza blague). Di Melozzo voi conoscete il San Sebastiano della galleria Corsini dove l'effetto di spazio e di colore è chiaro nella fi gura dorata intonata e campita sul celo verde, nelle rocce scure che formano sfondo alla calvizie del committente, e nelle chiare che fanno risaltare le chiome brune dell'altro. Conoscete anche Platina dinanzi a Sisto IV – nella Pinacoteca Vaticana – e spero non lo dimenticherete come esempio mirabile di accordo di colori che dai campi delicati delle architetture passano sul dinanzi in toni profondi di plumbeo di rosso di azzurro e sorreggono per tutto una forma egualmente monumentale. Nelle fi gure potete ammirare alcuni angeli scorciati nella cupola di Loreto e che certo preludono agli angeli ardentissimi di Bellini, come gli altri che certo conoscete della Sagrestia dei Canonici a San Pietro frammenti dell'abside dei Santi Apostoli. Poiché è da osservare questo: Melozzo troppo aderente alla vita e alla bellezza fi ammante interpreta psicologicamente lo squadro monumentale di Piero e se ne serve per dare slancio di vita alle sue fi gure: la monumentalità pittorica si trasmuta in imponenza umana. Bei colori caldi accesi profondi forme larghe dignitose, panneggi suntuosi rivestono individui bellissimi e pieni di trasporto: ma non è uno sviluppo particolare delle qualità artistiche di Piero:anzi soltanto uno sviluppo sentimentale sebbene mantenuto in forme pittoricamente validissime. (da Breve ma veridica storia della pittura italiana di Roberto Longhi) Prosa d'arte

13 Il capolavoro I n mostra un elegante piccolo capolavoro di Sandro Botticelli proveniente dagli Uffi zi di Firenze. Si tratta della tavoletta dipinta a tempera nel 1472 e raffi gurante “Il ritorno di Giuditta a Betulia”, un tema noto e particolarmente diffuso nella pittura italiana, a cui si lega una seconda tavola con “La scoperta del cadavere di Oloferne”. In origine probabilmente le due scene erano unite, l'attuale condizione deve essere il risultato di un taglio già attuato alla fi ne del Cinquecento. La datazione colloca le due tavole subito dopo i lavori realizzati per il Tribunale di Mercanzia, la prima commissione pubblica affi data al Botticelli, in cui dà vita alle splendide virtù in trono, creature femminili di una bellezza intellettualistica. La critica infatti riscontra una delicata somiglianza tra Giuditta e la fi gura della Fortezza. Per il soggetto rappresentato e per le dimensioni ridotte delle due tavolette si ipotizza una commissione privata, probabilmente per uno studiolo. Intorno al 1580 sono documentate incorniciate insieme presso la casa di Bianca Cappello, seconda moglie del granduca di Toscana Francesco I. Le due opere passarono al fi glio Antonio de' Medici, alla morte del quale furono trasferite nella Tribuna degli Uffi zi. Giacomo Calogero, nella scheda in catalogo, mette in evidenza le infl uenze di Antonio Pollaiolo soprattutto per quanto riguarda la “minuzia esecutiva”, ma anche quelle di Filippo Lippi per l'eleganza e dei ferraresi per la preziosità. Ci fa sapere anche che la scelta del soggetto, l'eroica impresa della giovane ebrea Giuditta, coraggiosa liberatrice del popolo eletto, rimanda alla propaganda politica fi orentina: “il ramoscello d'ulivo tenuto in mano dall'eroina biblica insieme alla spada, suo consueto attributo iconografi co, evoca infatti la vittoria sui nemici e la concordia civica ottenuta dai fi orentini sotto la guida virtuosa dei Medici”. Un piccolo capolavoro rinascimentale Minuzia esecutiva, eleganza e preziosità Sandro Botticelli, Il ritorno di Giuditta a Betullia, 1470-1472, Galleria degli Uffi zi di Firenze

Chagall. Il mondo sottosopra Museo Dell'Ara Pacis Fino al 27 marzo 2011 Prodotta dal Musée National Marc Chagall di Nizza, la mostra dedicata a Chagall presenta circa 140 opere tra dipinti e disegni, alcuni dei quali inediti, provenienti da collezioni private, dal Musée National D'art Moderne Centre Georges Pompidou e dal Musée National Marc Chagall di Nizza. Il mondo che Chagall raffi gura è, nel vero senso del termine, un mondo “sottosopra”, nel quale fi danzati, sposi, rabbini, musicisti, orologi a pendolo, carretti, asini, galli e il pittore stesso - che si è ritratto tante volte nelle sue tele - si abbandonano ad audaci acrobazie come i circensi, altro soggetto che l'artista raffi gura tanto volentieri. Questo mondo capovolto è senza dubbio il frutto di una visione che si è formata attorno a molteplici assi. Uno di questi è la religione ebraica, con i suoi racconti fondatori in cui il caos iniziale, l'esodo delle folle erranti e altri celebri episodi sembrano anticipare gli sconvolgimenti della storia recente, i suoi esili e le sue diaspore. La rivoluzione d'Ottobre alla quale Chagall prese parte è il secondo. Le immagini che l'artista crea restituiscono ai termini “rivoluzione” e “capovolgimento” la loro piena accezione fi sica. I fattori culturali e artistici sono una terza fonte. L'opera di Chagall si colloca facilmente tra le tradizionali stampe popolari russe (lubki) e le immagini derivanti dal Surrealismo, dimostrando così di aver tanto ricevuto quanto innovato. ROVIGO L'Ottocento elegante. Arte in Italia nel segno di Fortuny. 1860 - 1890 Palazzo Roverella Fino al 12 giugno 2011 Per informazioni: www.ottocentoelegante.it E' in mostra a Rovigo l'Ottocento vitale ed elegante dei grandi salotti à la page, delle corse, dei balli e dei ricevimenti. E, al medesimo tempo, delle feste popolari, dei carnevali, dei balli mascherati e degli incontri tra le fronde, dei travestimenti e degli idilli. Poi l'Ottocento dei sogni popolato da odalische e ammaliato dai conturbanti profumi d'Oriente. La mostra, curata da Dario Matteoni e Francesca Cagianelli, si concentra sul trentennio 1860 – 1890. Tre decenni di grandi speranze, di euforia, di fi ducia, avviato, e per certi versi attivato, dall'unifi cazione del Regno d'Italia. Colore e sensualità che trovano in uno spagnolo, Mariano Fortuny, il loro profeta in pittura. Fortuny dalla sua terra aveva portato il calore e il colore, il gusto per trasporre su tela la gioiosità e giocosità della vita, facendo della pittura lo specchio variopinto di queste sensazioni. Tavolozze di accesa cromia, tele di virtuosistica elaborazione. Sensazioni che nelle diverse scuole del Paese assumono peculiarità diversissime: dal gusto quasi calligrafi co di alcuni, alla luminosità – il cosiddetto “Impero del bianco” – in altri, al colorismo di tradizione settecentesca per altri ancora. TORINO La bella Italia. Arte e identità delle città capitali Scuderie Juvarriane della Reggia di Venaria, Venaria Reale Fino all'11 settembre www.lavenariareale.it L'arte italiana come non è stata mai vista. Nell'imponente cornice delle Scuderie Juvarriane della Reggia di Venaria, oltre 350 opere tracciano un percorso che va dall'antichità alla vigilia del 1861 attraverso le principali “capitali culturali” pre-unitarie: Torino, Firenze, Roma, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Parma, Modena, Napoli e Palermo. La mostra propone l'immagine delle diverse città -culture, tradizioni e ricchezze storico-artistiche- viste da grandi artisti che hanno fatto la storia: Giotto, Beato Angelico, Donatello, Botticelli, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Correggio, Bronzino, Tiziano, Veronese, Rubens, Tiepolo, Canova, Hayez, Parmigianino, Velazquez, Bernini e tanti altri. Dal percorso emerge e si afferma il profi lo di un'arte e di uno stile italiano. Torino, Firenze, Roma, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Parma, Modena, Napoli e Palermo: ognuna delle “capitali culturali” preunitarie è stata ed è in diverso modo rappresentativa dei differenti destini e delle particolari identità delle corti e delle città italiane. Chiunque abbia anche solo sfogliato un manuale di storia o di storia dell'arte sa che tali città hanno conosciuto vicende antiche e gloriose, ognuna segnata da specifi ci caratteri distintivi che hanno poi contribuito alla formazione culturale e artistica nazionale. Alla vigilia del 1861 si erano date un'auto-rappresentazione che univa vicende storiche, fenomeni letterari ed artistici, temperamenti dei popoli, destini, attese e speranze che sarebbero poi scaturiti all'appuntamento dell'Unità nazionale. La mostra, allestita alle Scuderie Juvarriane della Reggia di Venaria, vuole dare immagine alle Italie che la Storia chiamò a diventare Italia. Il nostro è il Paese delle “differenze”. Oggi, nel tempo della globalizzazione, ci accorgiamo che le “differenze” sono una ricchezza, un moltiplicatore di energie, di suggestioni, di risorse. La mostra ci porterà indietro nel tempo a rappresentare l'orgogliosa consapevolezza delle “differenze” che i popoli d'Italia avevano di se stessi alla vigilia del 1861.Oltre 350 opere d'arte provenienti dai musei d'Italia, del mondo nonché da collezioni private racconteranno alla Venaria Reale l'identità delle principali “capitali culturali” italiane. Ogni capitale sarà rappresentata da opere d'arte, documenti ed oggetti in un certo senso identitari, in grado cioè di signifi care e di ricostruire il profi lo storico e i termini delle auto-rappresentazioni. Torino è l'Armata, la Metallurgia, la Corte. Firenze è la fondatrice della lingua e delle arti con Dante, Giotto, Donatello, Botticelli, Michelangelo. Roma è la gloria dell'Antichità classica e dell'Autorità religiosa: due elementi unifi canti destinati a tenere insieme la nuova Italia. Milano è Leonardo da Vinci, è la religiosità dei Borromeo, è l'Illuminismo, è il dialogo costante e fecondo con l'Europa. Venezia è la grande pittura di Tiziano e di Veronese, è il profumo d'Oriente, è il mito del Buongoverno e della città inimitabile. C'è poi Genova, ricchissima e bellissima, capitale fi nanziaria nell'Europa della Controriforma e degli Assolutismi, la città che ha saputo trasformare il profi tto bancario nei Rubens, nei Van Dyck, nei palazzi più belli della Cristianità. Bologna, la seconda città dello Stato Pontifi cio, è il prestigio della sua Università ed è l'ideale classico che da Raffaello arriva a Guido Reni. Parma e Modena sono l'arte e il collezionismo dei principi mecenati. E infi ne ci sono le due capitali del Regno: Napoli e Palermo. C'è la Napoli degli Aragona e dei Borbone, e di San Gennaro, dei Lazzari e di Masaniello; la Palermo di Federico Imperatore, del Feudo, dei Baroni riottosi, dell'autonomia continuamente affermata e continuamente contrastata. Da vedere
Per richiedere i numeri usciti si può contattare la redazione di Rimini tel. 0541 351811 - segreteria@lavocediromagna.com Melozzo da Forlì L'umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello Forlì, Musei San Domenico Piazza Guido da Montefeltro Fino al 12 giugno 2011 Orario di visita da martedì a venerdì: 9.30-19.00 sabato, domenica, giorni festivi: 9.30-20.00 Lunedì chiuso 25 aprile apertura straordinaria La biglietteria chiude un'ora prima Per informazioni tel. 199.75.75.15 www.mostramelozzo.it visite guidate e laboratori tel. 02.43.35.35.25 servizi@civita.it Ai musei San Domenico di Forlì fi orisce la bellezza I Preraffaelliti e il sogno italiano in mostra a Ravenna Dalla collezione Koelliker i San Giovanni Battista dell'arte L'Italia s'è desta Al Mar di Ravenna la mostra dedicata all'arte italiana Parigi. Gli anni meravigliosi in mostra a Rimini e a San Marino Il santo Vero mai non tradir Caravaggio e i pittori del Seicento europeo NUMERI PRECEDENTI 3 La mostra Dalla formazione padovana alle grandi imprese di Melozzo 7 L'approfondimento Ma come sono belli questi angeli 11 Ospiti d'onore Raffaello L'enfant prodige del Rinascimento 5 L'artista Il pittore degli scorci e degli azzardi da pagina15 Da vedere Mostre in Italia 9 10 Prosa d'arte Troppo aderente alla vita e alla bellezza fi ammante Ospiti d'onore Il San Giuliano di Piero Della Francesca SOMMARIO Direttore resposanbile Franco Fregni a cura di Silvia Paccassoni ilrisorgimento@lavocediromagna.com Grafi ca Marco Paolini grafi ci@lavocediromagna.com Stampa Industria Grafi ca Editoriale Pizzorni Editore L'Occidente Società Cooperativa Giornalistica a r.l. via Maccanno 38/B Proprietario Mariangela Bellucci Argomento Arte e Cultura Sede legale via Maccanno 38/B - 479900 Rimini Redazione piazza Malatesta 18 - Verucchio Tel. 0541.670292 fax 0541.672570 Pubblicità S.P.I. s.r.l. viale Principe Amedeo 11/C Rimini Tel. 0541.29472 fax 0541.432742 e-mail: spirimini@spi-lavoce.com Registrazione del Tribunale di Rimini n. 11/2004 Il capolavoro in copertina Melozzo, Angelo che suona con una lira da braccio, 1472-1475 circa, affresco staccato dal catino absidale della Basilica dei Santi Apostoli di Roma Melozzo, San Marco papa benedicente, ottavo decennio del XV secolo, chiesa di San Marco Evangelista al Campidoglio di Roma
un quadro affascinante che rivela l'intimo collegamento, esistente nell'arte spagnola del XVII secolo, tra scultura e pittura. Il modo in cui è ritratto il santo è infatti estremamente realistico, al punto che si ha quasi l'impressione di poterlo toccare. E poi Ribera, con il suo Il senso del gusto, 1614-1616 circa, che rivela un evidente legame con il naturalismo e il chiaroscuro del Caravaggio. Quindi, Le Sueur in Francia e la Scuola fi amminga e olandese con Sweerts, Van Dyck e Hals, il più importante ritrattista di Haarlem nel secondo quarto del XVII secolo, con il Ritratto di Joseph Coymans, 1644, eseguito con pennellate vivaci e indipendenti per tratteggiare la personalità dinamica del personaggio ritratto in conformità alle convenzioni della ritrattistica di quel tempo. Ciarrocchi. Opere scelte Ad Arnoldo Ciarrocchi (Civitanova Marche 1916-2004) viene dedicato l'ultimo appuntamento con l'arte contemporanea in Castel Sismondo. Considerato tra i migliori incisori contemporanei per la sensibilità del segno grafi co, Ciarrocchi è un sensibile interprete della cultura marchigiana non solo nell'incisione ma anche nei dipinti a olio e negli acquerelli. I suoi quadri hanno come soggetto preferito le fi gure, soprattutto fi gure femminili, ma anche paesaggi, che risentono dell'infl uenza di Morandi. Peculiare di Ciarrocchi è invece la continua ricerca di sintassi compositiva e di studio dell'infl uenza della luce sulle forme naturali; il lavoro costante sullo spazio e sulla luce, in particolare sulla luce delle albe adriatiche che caratterizzano molti dei suoi paesaggi marchigiani e che trasfi gurano il reale in una dimensione interiore che lo avvicina alla pittura della Scuola Romana. Conosciuto e apprezzato come incisore e pittore, Ciarrocchi si dedica anche all'acquerello, realizzando una copiosa e sistematica produzione che rappresenta un unicum nel panorama contemporaneo. Immediatamente gli vengono riconosciute capacità e sapienza nel trattare questo linguaggio espressivo al punto da considerarlo perfettamente congeniale alla sua poetica. Una poetica caratterizzata da un'espressività vibrante ed emotiva, che raggiunge il suo vertice espressivo negli acquerelli della serie Paesaggi dell'Asola, realizzati fi no agli anni novanta. ROMA Lorenzo Lotto Scuderie del Quirinale Fino al 12 giugno Per informazioni: www.scuderiequirinale.it Le Scuderie del Quirinale - dopo le grandi esposizioni monografi che dedicate a Lorenzo Lotto nel 1953 a Venezia e nel 1998 a Bergamo, Parigi e Washington - presentano a Roma, per la prima volta, una mostra che attraversa tutta la produzione artistica di questo straordinario e solitario maestro del Rinascimento italiano che, lasciata alle spalle la tranquilla provincia veneta e marchigiana, visse, fra l'altro, brevemente a Roma, città dalla quale, all'epoca, non fu mai pienamente compreso. “Solo, senza fedel governo e molto inquieto nella mente”, come lui stesso ebbe a descriversi, riprese il suo vagabondare e si spense, da oblato, nella Santa Casa di Loreto, nelle Marche. Lorenzo Lotto, nato nel Quattrocento, riuscì, in modo del tutto autonomo e originale, a conciliare gli elementi tradizionali della grande pittura della sua epoca con elementi già anticipatori dell'età barocca. Partendo dalle suggestioni compositive di Giovanni Bellini, imparò da Antonello da Messina a guardare l'animo umano e a narrarlo sulla tela, in una messa in scena dove è il grande artista tedesco Albrecht Dürer a fare da riferimento primo. In mostra 57 opere fondamentali per comprendere pienamente il percorso artistico e biografi co di Lorenzo Lotto ed esaltarne la visione e la poetica: dal Polittico di San Domenico di Recanati alla Deposizione di Jesi, dall'indimenticabile Annunciazione di Recanati, con il gattino terrorizzato dall'apparizione dell'Angelo, alla sontuosa Madonna del Rosario di Cingoli fi no a quella struggente e misteriosa ultima Presentazione al Tempio di Loreto. Nelle sale, inoltre, celebri e rarissime opere profane come La Castità mette in fuga Cupido e la Lussuria della collezione Pallavicini o i suoi ritratti più famosi come il Triplice ritratto di orefi ce da Vienna o il Ritratto d'uomo con il cappello di feltro da Ottawa.
3 Sopra Melozzo, Angelo posto di tre quarti che suona un liuto, 1472-1475 circa, affresco staccato dal catino absidale della Basilica dei Santi Apostoli di Roma Sotto Melozzo, Bartolomeo Platina rende omaggio a papa Sisto IV, 1476-1477, affresco staccato dalla Sala Latina, ora nei Musei Vaticani di Città del Vaticano La mostra forlivese di Silvia Paccassoni E ' una mostra omaggio al pittore forlivese, Melozzo degli Ambrogi, l'esposizione proposta dai Musei San Domenico per l'anno 2011, un appuntamento immancabile dopo la riscoperta di Marco Palmezzano, suo allievo. L'obiettivo dei curatori è stato quello, infatti, di presentare tutto il catalogo disponibile, quindi mobile, del pittore: un'impresa non facile poiché la natura di affrescante ne complica chiaramente la visione contemporanea nello stesso luogo. Ma non solo, il tempo ha danneggiato ulteriormente la conoscenza autentica della sua opera: si pensi alla distruzione del catino absidale nella Basilica dei Santi Apostoli a Roma e della cupola nella cappella Feo in Forlì. Il nucleo più consistente proviene dai Musei Vaticani in cui si conservano i celebri angeli della Basilica dei Santi Apostoli e l'affresco della Sala Latina di Sisto IV. Prima e dopo si svolge il percorso, proprio dentro la storia della pittura quattrocentesca: dalla formazione veneto-padovana fi no all'eredità lasciata alla generazione successiva, quella di Raffaello. Anche per questo particolare taglio espositivo, la mostra di oggi ha l'ambizione di diventare una tappa importante nella riscoperta del pittore. Era il 1938 quando Forlì ne proponeva una monografi ca, sotto gli auspici del duce, come si leggeva in catalogo. Nonostante la visione propagandistica con cui nasceva, gli storici che ne avevano la cura, garantirono serietà scientifi ca all'evento. “Questa storicità delle fi gure di Melozzo, rispetto a quelle assolute e senza tempo di Piero, questo cercare una naturalezza ed immediatezza umana pur nell'impianto largo e solenne del maestro, defi nisce la personalità del forlivese”: così scriveva l'allora ventottenne storico dell'arte Cesare Gnudi, capace di illuminare con la parola il pittore romagnolo. Bisognerà aspettare il 1994 per parlare nuovamente di Melozzo in una forma più moderna e a noi vicina. Marina Foschi e Luciana Prati curavano l'esposizione dislocata tra l'oratorio di San Sebastiano e il palazzo Albertini. Stefano Tumidei riscriveva la biografi a del pittore facendo emergere un nuovo Melozzo. La mostra di oggi “Melozzo da Forlì. L'umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello” prende avvio proprio dagli studi di questi storici: da una verità cronologica. Ed è dall'ultima parte della sua vita che inizia il racconto, dalla decorazione della Sagrestia di Loreto in mostra virtualmente attraverso un allestimento tecnologico che ne riproduce la volta, quindi dalla distrutta cappella Feo riproposta grazie alle immagini in bianco e nero provenienti da una campagna fotografi ca realizzata prima dei bombardamenti del 1944. Dall'approdo di Melozzo si parte per narrarne la formazione ritenuta ormai concordemente di tipo padovano, avvenuta anche sotto l'infl uenza di Andrea Mantegna presente con una sant'Eufemia proveniente dal Museo di Capodimonte di Napoli. E' la sperimentazione veneta sulla prospettiva ad attrarre il nostro romagnolo, già pronto a recepire l'ardita lezione spaziale dei maestri, ma attratto sicuramente anche dall'eccentricità ferrarese. Di questo momento la mostra sceglie di proporre, dalla Galleria degli Uffi zi di Firenze, due tavole, dipinte su entrambe le facce, raffi guranti una Vergine annunciata e un Angelo annunciante da una parte, e dall'altra due fi gure acefale, una probabilmente identifi cabile con San Prosdocimo, santo esclusivamente padovano. Il percorso prosegue rifl ettendo sulla lezione di Piero della Francesca con la splendida e restaurata “Madonna di Senigallia” e su quella dei pittori fi amminghi come Giusto di Gand e Pedro Berruguete. Melozzo si mostra con un San Marco benedicente e un San Marco evangelista nello studio: è già l'ora del Rinascimento romano a cui il pittore contribuirà in maniera determinante. E l'affresco con Sisto IV e il bibliotecario Platina ne è il documento più illustre accompagnato da un coro di bellissimi angeli e apostoli, testimonianza di quella umana bellezza cantata nel titolo ed evocata da Gnudi nella “naturalezza e immediatezza umana”. Chiaro allora diventa il passaggio verso la pittura di Raffaello, circondato da Perugino e da Signorelli, capace di sublimare in una sintesi perfetta la pittura di Piero della Francesca e di Melozzo. La mostra, curata da Antonio Paolucci, Daniele Benati, Mauro Natale, prosegue fi no al 12 giugno. Dalla formazione padovana alle grandi imprese Una mostra tutta per Melozzo
11 Ospiti d'onore A un Raffaello giovanissimo il compito di chiudere la rifl essione sull'umana bellezza nella pittura del Rinascimento. A lui si arriva dopo un cammino iniziato nella seconda metà del Quattrocento con Andrea Mantegna, Beato Angelico e Piero della Francesca. Le opere scelte, racchiuse nell'ultima sala circolare, sono frammenti di una grande pala raffi gurante “L'Incoronazione del beato Nicola da Tolentino vincitore di Satana” smembrata e mai ricostituita nella sua interezza, realizzata da Raffaello all'età di diciassette anni quando già si parla di lui come “magister”, insieme al pittore Vangelista Andrea de Plano Meleto, nel contratto di allocazione dell'opera per la cappella di Andrea Baronci nella chiesa di Sant'Agostino a Città di Castello (contratto stipulato il 10 dicembre 1500). I disegni conservati al Musée des Beaux-Arts di Lille e all'Ashmolean Museum di Oxford confermano la paternità della composizione da parte di Raffaello che aveva previsto un San Tolentino mentre schiaccia il diavolo in primo piano e, nella parte alta (quella superstite oggi in mostra), un Padre Eterno al centro affi ancato dalla Vergine e da Sant'Agostino. La pala è rimasta nella chiesa di Città di Castello fi no al 1789 quando il terremoto l'ha profondamente danneggiata. Ridotta in frammenti, viene affi data a Pio VI, ma dieci anni dopo le truppe napoleoniche entrano negli appartamenti vaticani trafugando il prezioso patrimonio, compresa la pala dell'urbinate. Ora le parti superstiti si trovano a Napoli, nel Museo di Capodimonte, a Brescia, nella Pinacoteca Tosio Martinengo e a Parigi, al Louvre. Sui due frammenti posseduti da Capodimonte, quelli raffi guranti il Padre Eterno e la Vergine, gli studiosi hanno riconosciuto già la grandezza di Raffaello nella resa del volto del Padre Eterno, hanno visto anche il tentativo di smarcarsi dagli insegnamenti del padre Giovanni Santi e dalla pittura allora in voga, e irrigidita, di Luca Signorelli. Eppure la tradizione della bottega paterna sembra riemergere nelle resa un po' legnosa delle mani, ma anche nell'asprezza del volto della Vergine stessa. La documentazione non lascia dubbi sulla paternità, ma storici dell'arte del calibro di Roberto Longhi (1955), non hanno potuto accettare che quella possa essere stata la mano di Raffaello. Soprattutto nel paragone con il divino angelo bresciano, dove il giovanissimo pittore manifesta già tutta la sua idea di “umana bellezza”, nella dolcezza del volto e nella sapiente regia cromatica con cui modella le forme già fl uide, armoniche e perfettamente serene. Un altro volto ancora a ribadire il risultato ottenuto dalla pittura rinascimentale: è il San Sebastiano di Raffaello proveniente dall'Accademia Carrara di Bergamo, realizzato qualche tempo dopo la pala Baronci di Città di Castello, quando il giovane si trova a Perugia. “L'estrema raffi natezza esecutiva, l'equilibrio compositivo, la magnifi ca sonorità e armonia del San Sebastiano sono in effetti caratteristiche proprie del giovane urbinate, le cui prerogative, in rapida e sorprendete evoluzione, affi orano anche nel morbido digradare del lume”, scrive Giacomo Calogero nella scheda in catalogo, facendo riferimento anche allo sfumato leonardesco, quindi a una precoce conoscenza della tecnica, per “la resa aggirante del lume”. Dietro il mezzobusto del Santo si distende infatti un paesaggio che diventerà la cifra stilistica dell'urbinate, in primo piano invece il Santo elegantemente vestito che tiene in mano la freccia del martirio. In questo caso, viste le piccole dimensioni e la non tradizionale iconografi a, si tratta di una commissione per una devozione privata. Raff aello, l'enfant prodige del Rinascimento Considerato “magister” a soli diciassette anni Dall'alto Raffaello, San Sebastiano, 1502-1503, Accademia di Carrara di Bergamo Raffaello, Angelo, 1500-1501, Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia

5 L'artista E ' stato defi nito “il pittore degli angeli”, degli scorci e degli azzardi cromatici, virtuoso sopra tutti nell'affresco, capace di dar vita a un'idea di bellezza umana che si fa identità nel Rinascimento. La pittura colta e intellettuale di Piero della Francesca segna sicuramente la formazione di Melozzo che, nato a Forlì nel 1438, ha già conosciuto la linea tagliente ed espressiva di Andrea Mantegna. Ma a contatto con il pittore toscano approfondisce il senso dello spazio e della prospettiva, provoca scorci monumentali, apre cieli intarsiati di marmi, si esibisce in affreschi complessi già nel secondo soggiorno romano, inframmezzato da quello urbinate. Nella Basilica di San Marco dipinge “San Marco Papa” e “San Marco Evangelista”, affresca la Biblioteca Vaticana con il famosissimo capolavoro raffi gurante Sisto IV e il Platina, prefetto della Biblioteca. Bartolomeo Platina era stato infatti nominato bibliotecario dal pontefi ce il 15 giugno del 1475. Dai registri risulta che lo stesso Melozzo fu pagato dal bibliotecario il 15 gennaio del 1477. Al centro della scena, inginocchiato davanti a Sisto IV, viene rappresentato il custode della biblioteca con l'indice destro rivolto verso il basso a indicare un'iscrizione in cui si celebra la generosità del Papa. Sisto IV, seduto in trono, è circondato dai quattro nipoti: Girolamo Riario e Giovanni della Rovere (a sinistra), Giuliano della Rovere al centro e Pietro Riario dietro il pontefi ce. Ma è l'architettura a incantare lo sguardo, un'architettura di memoria pierfranceschiana senza dubbio, costituita da un soffi tto a cassettoni e delimitata da coppie di pilastri scorciati, decorati di oro e di blu. Anzi le foglie di quercia e le ghiande del motivo in primo piano rimandano ai simboli araldici della famiglia che viene rappresentata qui in tutta la sua forza e potenza. Anche la compostezza rigorosa dei volti e degli atteggiamenti ricorda la pittura concettuale e astratta di Piero della Francesca, ma Melozzo sembra avere mischiato la sua tavolozza in impasti materici molto più concreti e umani. Negli anni romani dipinge l'abside della chiesa dei Santi Apostoli con l'Ascensione di Cristo da cui derivano i celebri Angeli. L'affresco infatti è stato staccato, e diviso, nel primo decennio del Settecento per effettuare dei lavori nella Basilica: dell'opera rimangono quindici splendidi frammenti restaurati nel 1982 e conservati ora nei Musei Vaticani. Dopo la morte di Sisto IV, Melozzo lascia Roma per soggiornare a Loreto, dove affresca la Sagrestia della Basilica di San Marco, chiamato da Girolamo Basso della Rovere, vescovo di Recanati e nipote di Sisto IV. Melozzo si mette all'opera fi ngendo una volta di marmo e di stucchi dorati con un oculo al centro chiuso dallo stemma cardinalizio. Poi una corona di cherubini introduce a un coro circolare di angeli biondi recanti i simboli della Passione. Sulla base della volta stanno seduti otto profeti con la barba, mentre tengono in mano un'iscrizione. Al di sotto, secondo il programma originario, dovevano essere dipinte le scene della Passione di cui viene realizzata solo quella raffi gurante l'Ingresso a Gerusalemme. Lasciata Loreto, è di nuovo a Roma, poi ad Ancona, infi ne a Forlì dove lavora alla cappella Feo in San Biagio, andata purtroppo distrutta durante la guerra nel 1944. L'8 novembre del 1494 muore a Forlì, lasciando un erede, Marco Palmezzano. La mostra indaga dunque la pittura di Melozzo grazie a prestiti prestigiosi, ma mette in luce anche l'ambiente dentro cui la sua arte prende vita. Ci sono perciò anche i capolavori dei grandi, da Mantegna a Piero della Francesca, da Bramante a Berruguete, da cui Melozzo trasse insegnamenti e suggestioni o che, come il Beato Angelico, Mino da Fiesole, Antoniazzo Romano, frequentò nella Roma pontifi cia. Infi ne un ampia sequenza di opere, selezionate per precise affi nità, di artisti che a lui si ispirarono, in particolare Raffaello presente in mostra con un nucleo di capolavori, e che di lui furono allievi, primo tra tutti Marco Palmezzano. Insieme a opere di Perugino, Benozzo Gozzoli, Paolo Uccello, per comporre un'intensa panoramica di grandi interpreti di uno dei momenti più felici della storia. Il pittore degli scorci e degli azzardi Virtuoso sopra tutti nell'aff resco A sinistra Francesco di Bartolomeo Pelosio, Santa Maria Maddalena, 1467-1468, collezione privata Sopra Perugino, Annunciazione, 1515-1520, collezione privata Sotto Collaboratore di Melozzo da Forlì, Martirio di San Sebastiano, 1490 circa, collezione privata


Da vedere MILANO Arcimboldo. Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio Palazzo Reale Fino al 22 maggio 2011 Il genio dell'Arcimboldo torna a Milano dopo il soggiorno americano alla National Gallery of Art di Washington, dove è stata allestita una mostra sulle Teste dell'artista. Curata da Sylvia Ferino, direttrice della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum di Vienna, l'esposizione italiana approfondisce la vita e le opere di un artista milanese che ha avuto grande successo alla corte degli Asburgo. Il principale obiettivo dell'esposizione milanese è quello di “restituire” Arcimboldo al suo contesto d'origine, per capire le ragioni della sua chiamata alla corte degli Asburgo (gli studi naturalistici, le coreografi e per cortei e feste, o ancora i ritratti), precisare le radici culturali delle sue teste composte, e approfondire infi ne il ruolo giocato dall'artista nello sviluppo dei generi della natura morta e delle “pitture ridicole”. Accanto alle opere del pittore sono esposti bozzetti e disegni, tra gli altri, di Leonardo Da Vinci e Girolamo della Porta, vasi, scudi e codici miniati realizzati artigianalmente. Conclude il percorso una scultura in vetroresina alta 5 metri, realizzata dall'artista americano Philip Haas e ispirata all'opera di Arcimboldo Inverno. Impressionisti. Capolavori della collezione Clark Palazzo Reale Fino al 19 giugno Per informazioni: www.impressionistimilano.it E' Palazzo Reale di Milano la prima tappa del tour internazionale dei capolavori della collezione americana del Sterling and Francine Clark Art Institute, di Williamstown, Stati Uniti, che comprende grandi opere francesi del XIX secolo, con dipinti di Pierre-Auguste Renoir, Claude Monet, Edgar Degas, Édouard Manet, Berthe Morisot e Camille Pissarro. In mostra settantatre opere dei maestri francesi dell'Ottocento. Successivamente la collezione Clark sarà ospitata in Francia, al Musée des Impressionnismes di Giverny, dal 13 luglio al 31 ottobre 2011, in Spagna, alla CaixaForum di Barcelona, dal 18 novembre 2011 al 12 febbraio 2012, e proseguirà nei maggiori musei di tutto il mondo. Lo Sterling and Francine Clark Art Institute nasce nel 1955 a Williamstown, New England, Massachusetts, grazie a Robert Sterling Clark, uno degli eredi del patrimonio delle macchine da cucire Singer, e alla moglie Francine Clary Clark, che insieme acquistarono il nucleo principale della collezione fra il 1910 e il 1950. Il fi ore all'occhiello dell'istituzione è la sua collezione di dipinti francesi oltre a capolavori europei e americani che vanno dal Rinascimento alla fi ne dell'Ottocento. La mostra è curata da Richard Rand, Senior Curator presso lo Sterling and Francine Clark Art Institute e il percorso espositivo, organizzato con la consulenza scientifi ca di Stefano Zuffi , è articolato in dieci sezioni incentrate sui temi fondamentali che testimoniano le innovazioni stilistiche e tecniche della seconda metà dell'Ottocento: Impressione, Luce, Natura, Mare, Città e campagna, Viaggi, Corpo, Volti, Società e Piaceri. PARMA La follia del genio Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo Fino al 26 giugno 2011 Per informazioni: www.magnanirocca.it Curata da Augusto Agosta Tota, per iniziativa della Fondazione Magnani Rocca presieduta da Manfredo Manfredi, una grande antologica celebra colui che semplicisticamente a lungo è stato defi nito “il buon selvaggio” della pittura italiana. La mostra, dal titolo “Antonio Ligabue. La follia del genio”, è visitabile proprio nella Villa dei Capolavori, la raffi nata dimora che fu di Luigi Magnani. Vengono presentate circa centocinquanta opere, un esemplare excursus su tutte le diverse anime d'artista: una ampia selezione dei suoi celebri oli, un nucleo di disegni e di incisioni e alcune delle sue intense sculture realizzate dall'originale in argilla del suo amato Po che l'artista masticava a lungo per renderla duttile. Ligabue è considerato uno dei protagonisti dell'arte del XX secolo, al pari di Van Gogh e Munch. Il talento e le tensioni, infatti, sono quelli di un maestro sicuro e ben si colgono dalla potenza visionaria, dalla stesura pittorica e dai rimandi continui, come contrappunti, nello sviluppo della sua opera. Dal primitivismo incerto della prima fase, più ingenua e conclusasi con gli anni Trenta, all'esplosione espressionista dal colore violento e dalla pennellata convulsa. Una vita vissuta come confl itto che non lascia tregua, un'esistenza trascorsa fuori e dentro il manicomio, dove l'arte era puro e semplice mestiere di vivere e andava a coincidere con la vita stessa, in un mondo a lui sempre ostile. Una vita passata a contatto con l'universo animale che amava tanto, che ritraeva con studio anatomico rigoroso, imitando i versi delle bestie mentre le dipingeva con colori frenetici, in una visionaria ricerca identitaria. Dagli animali domestici del primo periodo, alle tigri dalle fauci spalancate, i leoni mostruosi, i serpenti, i rapaci che ghermiscono la preda o lottano per la sopravvivenza: una vera e propria giungla che l'artista immagina con allucinata fantasia fra i boschi del Po. E' particolarmente negli autoritratti che Ligabue dipinge il proprio dolore esistenziale, gridandolo con l'urgenza di una sensibilità intensa e ferina; è il tormento di un'anima che grazie alla pittura trova la propria voce e il proprio riscatto. RAVENNA L'Italia s'è desta: 1945-1953 Arte italiana del secondo dopoguerra da De Chirico a Guttuso, da Fontana a Burri. Museo d'Arte di Ravenna Fino al 26 giugno Per informazioni: www.museocitta.ra.it
10 O spite d'eccezione al San Domenico di Forlì, Piero della Francesca, presente con tre opere: un San Gerolamo (dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia), un San Giuliano (dal Museo Civico di San Sepolcro) e la più celebre Madonna di Senigallia (dalla Galleria Nazionale di Urbino), capolavoro assoluto della pittura quattrocentesca italiana. Anche se è la bellezza inattesa del san Giuliano a sorprenderci, quasi fosse nel suo destino la rivelazione improvvisa. Lo dice “un magnifi co orfano senza storia” Frank Dabell nella scheda in catalogo, perché privo di documenti di identità (neppure Vasari lo cita) e riportato alla luce solo in seguito al terremoto del 13 giugno 1948. Si tratta infatti di un frammento di affresco, ora staccato, raffi gurante un giovane santo inquadrato in un'architettura perfetta di porfi do verde. Allo stesso modo la fi gura umana in primo piano appare costituita da rigorosi elementi geometrici, secondo l'idea di Piero, dall'ovale perfetto del volto al collo come fosse il fusto di una colonna che si fa rastremata scendendo lungo il busto, per risalire nell'elissi dell'aureola. Nella memoria degli studiosi gli occhi di San Giuliano rimandano a quelli del secondo angelo del Battesimo di Cristo della National Gallery di Londra, così il drappeggio ricorda quello del più vicino San Sigismondo del Tempio Malatestiano di Rimini. L'umana bellezza, ricercata dai curatori della mostra, sembra trovare in questo volto una delle immagini più convincenti, si ha davvero la sensazione che Piero della Francesca sia riuscito a rappresentare l'infi nito nella carne di un giovane e il silenzio nella durezza del marmo. Spetta poi alla bellezza assorta della Madonna di Senigallia continuare la rifl essione. Raffi natissima nell'esecuzione lenticolare e rigorosa nella composizione, l'opera si pensa sia stata realizzata tra il 1474 e il 1478 su commissione diretta di Federico da Montefeltro per le nozze della fi glia Giovanna con Giovanni della Rovere. I due angeli sullo sfondo sono stati interpretati infatti come i giovani sposi, mentre la scelta di interno domestico dovrebbe essere prova della sua destinazione privata e non pubblica. Inoltre la pulitura, effettuata sul dipinto in questa occasione, ha permesso di leggere ancora meglio l'ambiente e la resa prospettica degli elementi architettonici. E ha confermato ulteriormente l'idea che la pittura di Piero della Francesca si sia aperta alla cultura fi amminga pur mantenendo però evidente la forte matrice fi orentina. Dai pittori delle Fiandre, conosciuti ad Urbino, il pittore ha appreso probabilmente la maestria descrittiva dei particolari e la resa di una certa luce, ma la regale semplicità delle sue creature e il senso di una spiritualità intellettuale e umana insieme gli proviene decisamente dalle sue terre. Il San Giuliano di Piero Della Francesca “Un magnifi co orfano senza storia” Dall'alto Piero della Francesca, San Giuliano, 1445-1450 Museo Civico di San Sepolcro Piero della Francesca, Madonna con il Bambino benedicente e due angeli (Madonna di Senigallia) 1474-1478, Galleria Nazionale delle Marche di Urbino
17 Da vedere 1945 – 1953. Otto anni di arte italiana, subito dopo la fi ne del secondo confl itto mondiale e immediatamente prima della seconda metà degli anni cinquanta. Appena un decennio per una storia complessa fatta di gruppi, di manifesti, di mostre, di luoghi e di incontri, di uomini e di idee capaci di risvegliare l'Italia distrutta dalla guerra, pronta a ripartire: “L'Italia s'è desta”. La mostra ravennate curata da Claudio Spadoni, direttore del Mar (Museo d'Arte di Ravenna), intende approfondire, in un racconto visivo, la rara esperienza culturale vissuta dal nostro paese tra il 1945 e il 1953, anno in cui si interrompe la narrazione perchè Picasso sbarca in Italia, prima a Roma poi a Milano. Le centosettanta opere scelte per la Loggetta lombardesca hanno perciò l'intento di mettere a fuoco l'eterogenea realtà dell'epoca, partendo da un fermo immagine, le opere ultime di maestri come Morandi, De Pisis, Balla, Carrà, Casorati, De Chirico, Martini, Marini e Manzù immobilizzate dall'ansia di modernità allora dilagante. Dalle radici novecentesche prende forma il percorso espositivo, rispondendo contemporaneamente alle sollecitazioni neocubiste interpretate da Guttuso, Leoncillo, Morlotti, Pizzinato e alle necessità realiste avvertite da Peverelli, Testori, Sassu, Zigaina. Ed è in questa atmosfera sperimentale che emerge l'esigenza e la forza di creare dei gruppi artistici spesso composti da fi gure diversissime e a volte incompatibili: è il caso del Fronte Nuovo delle Arti, sorto nel 1947 (dalla Nuova Secessione delle Arti), di Forma 1, il gruppo astratto votato a Balla, a Kandinskij, a Matisse o del Gruppo Origine del 1950 con Ballocco, Burri, Capogrossi, Colla, mentre a Firenze, nello stesso anno, Berti e Nativi portano avanti il Gruppo dell'Astrattismo Classico. RIMINI – SAN MARINO Le mostre di Castel Sismondo e di Palazzo Sums Parigi. Gli anni meravigliosi. Impressionismo contro Salon – Castel Sismondo Monet, Cézanne, Renoir e altre storie di pittura in Francia – Palazzo Sums Caravaggio e altri pittori del Seicento europeo. Capolavori dal Wadsworth Atheneum di Hartford – Castel Sismondo. Ciarrocchi. Opere scelte – Castel Sismondo Fino al 27 marzo 2011 Per informazioni: www.lineadombra.it Parigi. Gli anni meravigliosi Impressionismo contro Salon Attraverso cento opere, provenienti da musei e collezioni private sia europei che americani, la mostra riminese di Marco Goldin ripercorre quella fantastica vicenda della storia dell'arte che ha fatto di Parigi, e naturalmente di tutto il territorio francese, nella seconda metà del XIX secolo, il vero centro del mondo. Mentre Bouguereau e i suoi amici dominano il Salon parigino, all'inizio degli anni sessanta del XIX secolo, quattro giovani pittori allora sconosciuti, e tutti più o meno transitati dall'atelier di Charles Gleyre, cominciano la loro lunga strada che li porterà a modifi care profondamente il senso della pittura in Francia e in Europa nel decennio successivo. Sentono forte la scossa nuova che alla pittura è venuta da Corot e Courbet da un lato e Manet dall'altro. Sentono il corpo vivo e vero della natura davanti ai loro occhi, la luce e il colore trasmettersi in modo diverso. Pissarro, Monet, Renoir e Sisley cominciano a dare al paesaggio un volto nuovo. La mostra, dopo un breve inizio dal titolo “Via, via dalla pazza storia”, si articola in tre sezioni di carattere tematico: la prima “Volto, corpo e fi gure”, la seconda “Nature sospese”, la terza “Lo specchio della natura” e pone a confronto i pittori da Salon con gli impressionisti, rifl ettendo sui medesimi soggetti e mettendone in luce differenze e a volte affi nità. Monet, Cézanne, Renoir e altre storie di pittura in Francia L'esposizione sammarinese propone venticinque preziosi dipinti scelti da Marco Goldin e provenienti dai musei di Boston, Columbus, Montpellier, Lille e dell'Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi. Sono opere importanti, alcune di grande formato, che si collegano alla grande mostra riminese di Castel Sismondo (“Parigi. Gli anni meravigliosi. Impressionismo contro Salon”), ma, pur costituendone un logico proseguimento, in modo autonomo raccontano pagine signifi cative della storia dell'arte in quegli “anni meravigliosi” che fecero di Parigi e della Francia il riferimento di un mondo. Si tratta, dunque, di una mostra di approfondimento, tutta costruita su quadri scelti perché emblematici in funzione del momento storico trattato. Sulle pareti completamente rinnovate di un Palazzo Sums che si apre all'arte più importante, nel centro storico della Repubblica di San Marino, compaiono così quadri di grandi maestri, da Corot a Courbet, da Monet a Cézanne, da Renoir a Pissarro, da Sisley a Degas assieme ad alcuni pittori del Salon. Per indagare aspetti della vicenda artistica francese soltanto accennati nella contemporanea rassegna riminese. Da qui nasce la preziosità di questa mostra, che non si limita a offrire emozioni ma intende proporre approfondimenti, come meravigliose fi nestre su decenni che hanno segnato l'arte e il gusto, in Europa e non solo. Caravaggio e altri pittori del Seicento europeo Capolavori dal Wadsworth Atheneum di Hartford In occasione delle celebrazioni per i quattrocento anni dalla morte di Caravaggio, la Rocca malatestiana rende omaggio al maestro ospitando una piccola mostra dedicata al Seicento europeo. Si tratta di quattordici dipinti, tutti di grande formato, provenienti dal più antico museo americano conosciuto per la preziosissima collezione di dipinti seicenteschi, di cui “L'estasi di San Francesco” di Caravaggio ne rappresenta il simbolo. La tela in mostra è il primo dipinto di carattere religioso del maestro, il primo esperimento di ambientazione paesaggistica e uno dei primi esempi in cui l'artista utilizza la luce sia in senso letterale, per illuminare la scena, sia in senso fi gurativo, come metafora della presenza divina. Ogni aspetto di quest'opera è eccezionale e innovativo. Il modo in cui l'artista interpreta l'estasi che accompagnò la morte metaforica di Francesco e la sua rinascita spirituale nell'immagine di Cristo è alquanto insolita per l'assenza del serafi no celeste, per la posa del santo non inginocchiato in preghiera bensì riverso e per la presenza del grazioso angelo fanciullesco. Attorno a questo dipinto, la mostra si compone di opere decisive di autori che da Caravaggio hanno tratto esempio; Cigoli, Morazzone, Gen--tileschi, Strozzi, Saraceni in Italia. Quindi in ambito spagnolo Zurbarán, con una delle sue opere più riconosciute, il San Serapione del 1628,
7 Ma come sono belli questi angeli Terreni e sensuali, quasi efebi un po' omofi li L'approfondimento di Gianfranco Morra T itolo giusto e rispettato, quello della mostra sul Melozzo al S. Domenico di Forlì: “L'umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello”. E, tra i due, appunto lui, il grande Forlivese, il maestro di Palmezzano. La scelta delle opere di contorno porta argomenti alla tesi: che Melozzo è, in qualche modo e forse senza troppa consapevolezza, il punto intermedio del percorso che da Piero della Francesca, tutto permeato di platonismo rinascimentale e di armonie matematiche, porta a Raffaello, il genio della terrenità sublimata nella forma sensibile, il culmine della bellezza corporea del rinascimento. Umana, troppo umana. Quella seconda metà del XV secolo, che si apre proprio in Romagna col Tempio malatestiano di L. B. Alberti (1450), assiste al trionfo dei nuovi canoni del rinascimento. E in quegli anni agisce, a Urbino, Roma, Loreto e Forlì, Melozzo degli Ambrogi. Anni terribili sul piano politico: i dissidi fra i principi italiani, appena frenati da Lorenzo il Magnifi co, fi niranno per aprire l'Italia a tre secoli e mezzo di dominazione straniera. Cui inevitabilmente contribuì il Papato, col suo regno tra Ravenna e Roma, che spezzava la penisola e ne impediva ogni unifi cazione. Ma anni terribili, anche, sul piano religioso. Onnipresente la corruzione nella Chiesa, quasi a giustifi care l'accusa di Babilonia e Anticristo che verrà formulata da Lutero (reduce in Germania dalle bellezze artistiche e dalla “babilonia” di Roma). Il papa che protesse Melozzo fu Sisto IV, della Rovere. Un francescano di straordinaria effi cienza, che cercò di indebolire i principi italiani, soprattutto Lorenzo dei Medici, contro il quale il “nipote” Gerolamo Riario (sposo di Caterina Sforza) organizzerà la fallita congiura dei Pazzi. Come tutti i papi del rinascimento, protesse e favorì la cultura: con un grandioso piano urbanistico di Roma, con la costruzione della decoratissima Cappella Sistina, con l'apertura al pubblico della Biblioteca Vaticana. (celebrata col meraviglioso affresco del Melozzo). Un papato glorioso, dunque, ma oscurato da continui intrighi politici e da un esasperato nepotismo: sei suoi “nipoti” divennero cardinali o signori di città, molti suoi parenti ebbero cariche redditizie. Una vera parentopoli. Che la mostra ci fotografa nella più esaltante delle pitture esposte: l'affresco con la consegna delle chiavi della Biblioteca al Platina da parte di Sisto IV, circondato dai quattro suoi “familiari”. Melozzo seppe inserirsi bene in questa Roma un po' pagana, che voleva dimenticare il gotico e respirare la bellezza corporea del nuovo stile rinato sui modelli greco-romani. “Pittore degli angeli”, fu chiamato – e il lodo della mostra è appunto un efebico e perturbante angelo. In realtà di angeli, nella meravigliosa pittura di Melozzo, non ce n'è neanche uno. Angeli erano quelli bizantini (S. Apollinare Nuovo in Ravenna) o del gotico (Simone Martini e Guariento), lo erano ancora quelli di Giotto e del Beato Angelico: austeri e tremanti messaggeri di Dio. Come lo erano, all'inizio del secolo di Melozzo ma in una società ancora sacrale, i tre angeli della “Trinità” di Rublev. Quelli di Melozzo sono piuttosto dei bellissimi giovani, dei playboy e degli efebi un po' omofi li, forse più adatti per reclamizzare un profumo di marca che per innalzare divini concerti. Sono stupendi, le labbra carnose, gli occhi ammiccanti, i boccoli biondi appena acconciati da un hairdresser. Basta solo scriverci sotto: “Ceci n'est pas un ange”. Assai indovinata l'iniziativa delle Terme della Fratta di collegare, nella pubblicità alberghiera per la mostra, “Coccole d'Angelo & Arte di Melozzo”. I suoi sono davvero gradevolissimi angeli da coccole, non annunciano, massaggiano. Niente da eccepire, ovviamente, sull'arte di Melozzo e neppure sul suo stile aperto al futuro. Come ha mostrato Cesare Gnudi, nelle fi gure di Melozzo c'è quella tendenza terrena e sensuale che è propria di tutta l'Emilia. Ben diversa delle idealizzate fi gure di Piero della Francesca, esseri umani, certo, ma ancor più idee platoniche fuori del tempo. Melozzo apre al futuro una strada trionfale: quella della kenosi dell'angelo, della sua cattura nel sensibile e nel corporeo. Che si prolungherà, nell'industria grafi ca, con le immagini tranquillanti e “devote” dell'angelo custode. Solo la crisi del moderno consentirà a qualche pittore, soprattutto a Chagall, di riscoprire l'angelo insieme con il recupero della sacralità. Più spesso, l'angelo “double face” della pittura moderna viene totalmente degradato dalla pittura postmoderna: l' “Angelus novus” di Klee, scapigliato e atterrito, che vola in avanti ma guarda indietro, perché non c'è più futuro; quello di Magritte nel “Mal du Pays”, del quale vediamo solo le ali nere e la schiena; o l' “Angelo con i baffi ” di Tonino Guerra, che per scendere sulla terra ha bisogno di una scala di legno. Gli angeli sono di nuovo soprannaturali oppure vengono del tutto terrenizzati: senza dubbio una chiarifi cazione. Diversi da quelli ambigui di Melozzo, con la loro bellezza corporea più da teen-ager che da angelo, dalla quale ogni sacralità è assente. Esattamente come nell'epoca in cui visse e che, nelle arti, anche da lui prende il via. Come possiamo vedere nella bella mostra del S. Domenico. Melozzo, particolari della cupola della Sagrestia di San Marco, Santa Casa di Loreto


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